Il giovane Cantadori

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Manubrio, perché Volante pareva eccessivo

Avevo otto anni quando il giovane Canta, con la Luci, entrarono al Sayo per la prima volta.
Mio padre ai tempi faceva una pubblicità su una rivista di modellismo e lui capitò, chiedendo se fosse quello l'hotel per gli aeromodellisti, in punta di piedi, cosa strana da parte sua.
Il laboratorio era una piccola stanzetta affianco ad un magazzino ma per lui era perfetto. Da allora non mancò una sola estate. Ogni agosto, per tutta la durata del mese e anche di più, oltre a svariati weekend sparsi, era nel nostro laboratorio a smanettare ed in pendio a volare.
Raccontavo ieri a Beppe G., durante il funerale, che non ho ricordi di bambino in pendio, d'estate, senza la presenza di Stefano. Ogni giorno scendevo in laboratorio e lui era li a darmi una mano a costruire, o meglio a mettere pezze, ai miei tentativi di costruzione. Mi impostava la radio, mi chiedeva se avessi messo in carica le batterie, cosa che ovviamente non facevo e mi aiutava in tutte quelle cose che servivano per andare in pendio. Poi partivamo, ricordo in particolare una bmw station wagon blu, con gli interni in radica e l'album Blue's di Fornaciari. Ai tempi andavamo sempre alla Stella d'Italia, non serviva la jeep.
Mi ha visto crescere, negli anni non me ne ha mai risparmiata una ma anch'io non mi sono mai limitato. Lo faceva con spirito benevolo, io invece la prendevo sempre sul personale, da adolescente poi, figuriamoci. Solo dopo diversi anni ho capito.
Quest'anno faccio quarant'anni e se penso che per trentadue mi ha sempre spronato, anche in malo modo, mi urta da morire il pensiero di non potergli mostrare il Sayonara che verrà, quello che lui ha sempre menzionato ovunque. Probabilmente lo riteneva in parte suo, perché alla fine da noi stava come a casa sua.
Ci sono così tante persone che si sono incontrate, tessuto rapporti, condiviso esperienze presso il nostro hotel, grazie a lui. Sempre pronto a dispensare consigli ed a spiegare le cose per noi basilari al turista ignaro, che lo fermava mentre come una locomotiva passava per il bar, diretto in ristorante, con un'ala o una fusoliera in mano.
Era sempre in ritardo a mangiare, quando mangiava; bisognava chiamarlo mille volte e un'altra ancora, alla fine scendeva nostra madre, a cui ovviamente obbediva. Alle volte gli si portava la pietanza direttamente in laboratorio ma quando gli si accendeva la lampadina, di volata saliva a spiegare l'idea agli altri modellisti in sala da pranzo. Non importava quanto fosse inopportuno il momento o l'intralcio alle mie sorelle che servivano e che ovviamente dovevano adattarsi alla situazione, lui doveva raggiungere il Beppe, Alberto o chicchesia per spiegargli l'intuizione. Molti clienti lo guardavano storto, non capivano quest'omone gigante, con la maglia sporca di ciano e gli occhi allegri da italiano in gita, direbbe Paolo Conte. Ma quando, a quegli stessi clienti che mi chiedevano lumi a riguardo, raccontavo di lui, di cosa facesse nella vita, di stranezze e virtù, lo prendevano subito in simpatia. Se passava in quel momento e lo introducevo, tutto scorreva da se.
La sera si sdraiava sui divanetti in bar, assumeva sempre una posa a mezza via tra l'edonista ed il clochard e parlava con il timbro basso, forgiato da anni di fumo. Ero un ragazzino ma ricordo che in laboratorio macinava pacchetti di nazionali senza filtro, dopo il primo avvertimento cardiaco smise ma, ultimamente, aveva quella del sigaro che impuzzava tutto. Gli davo del mona tutte le volte, mi rispondeva di essere un viziato, che non poteva cambiare.
Mentre facevo chiusura, stava li, in attesa che la resina tirasse e mi spiegava il mondo, io facevo finta di conoscerlo già il mondo, e lui sapeva, quindi me lo spiegava ugualmente. Se la resina andava per le lunghe, scendeva e mi lasciava chiudere. Di notte Stefano non andava a dormire, troppo da fare, andava a letto quando il Willi apriva al mattino, si incrociavano e si salutavano come ad un cambio di guardia. Scendeva nuovamente a mezzogiorno a preparare il necessario per salire in pendio, con me.
Avrei pagine da scrivere a riguardo, di come vivesse a casa nostra, Stefano Cantadori, che si definiva Manubrio, perché Volante gli pareva eccessivo.
Mancherà tanto, a tutti. Quando se ne va qualcuno che non può avere sostituti, il buco resta e noi possiamo solo girarci attorno.


Stefano era un uomo di grande cultura e sapeva scrivere molto bene. Qui di seguito un pezzo scritto per la rivista Modellismo di Cesare De Robertis sul giallone, i cui resti ancora possono essere ammirati nel nostro laboratorio, anche il cartello sulla porta con scritto "All'occhio: Giallone" è ancora li, dove lo mise Stefano.

La storia del Giallone

Allora, caro lettore,
se tu non conosci il Giallone, ti perdono. Ti invito però a non commettere sacrilegio accostandoti con animo impuro.
Sgombra quindi la mente dai cattivi pensieri, purifica l’aria con rami di mugo, versa acque e brucia fuochi.
Questo aereo è prodigio della famiglia Simeoni, della roccia dello Sciliar, di un frammento del ghiacciaio della Marmolada, del vento che scolpisce le rocce del Sacro Monte. La fusoliera si trasformò da ghiaccio in diamante scintillante e infine in vetro tessuto dagli Elfi. Mai altre ali furono fatte con lo stesso legno, un'essenza acquatica sfogliata da un tronco che aveva navigato il Gange. Secondo altre fonti meno accreditate, lo Yang Tze’, il Fiume Giallo.
Le ali erano in piuma di polistirolo bianco. Niente longherone, niente fibra. Leggerissime. Eppure è stato uno dei più straordinari acrobatici che abbiano mai solcato il cielo. Nessuno ha mai visto quelle ali flettere ed il flutter gli era sconosciuto. Posso dire di possedere alcuni alianti a carico elevato, altri a carico smodato, alianti con carico esplosivo, alianti così carichi da provarci con un' orsa in letargo, alianti con fusoliera e ali farcite di uranio 238. Ma il Giallone faceva storia a sé.
Il Giallone aveva un carico alare pari alla pita l'angiolino il pingargnone e l'asso di coppe, più fante cavallo e re, tutti nella stessa mano. Pesava come una stube con dentro il mastro costruttore, il suo garzone e la mia cassetta degli attrezzi.
La fusoliera era infatti così massiccia da fare pensare che fosse in ghisa ricavata dal pieno.
In alcuni luoghi alpini il peso viene tuttora espresso in G. Si dice, esagerando: il mio trattore pesa 0,75 Gialloni.
Non pensare, tu che ignori, che per questo il Giallone fosse men che leggiadro. L’iniziato ben sa del grazioso muso, dell’arcuato naso, della sua capotta d’argento; Michelangiolesca bellezza, quieto trionfo di guizzante forza.
Aveva rispetto ed era rispettato dagli altri animali. Dopo un tocca e va sul dorso di un toro, atterrò in mezzo alla mandria. Non ci fu problema nel recupero del modello: i cento torelli sgombrarono immediatamente il pendio. Poche sono le menti inferiori che possono reggere lo sguardo del Giallone.
Per tuo ammaestramento e guida, di seguito alcune citazioni tratte dalla vasta letteratura sull’argomento:
Ghisleri, nel suo trattato “Esperienze di volo oltre il possibile” asserisce che in rovescio il Giallone accelerava.
Tarter ne curava la manutenzione. Solo a lui, di diritto, spettava tale onore. Sul Giallone, diceva Tarter, non si poteva usare il Dremel: era necessario intervenire col flessibile.
Scrive ancora il Ghisleri:
“Per il suo restauro, effettuato 3 anni fa da Tarter, a causa del valore storico per la Comunità montana e la portata dell’opera, è stato necessario richiedere la concessione edilizia al Comune di Folgaria, come riportato, secondo legge, sul suo direzionale”.
E nuovamente, in risposta a un incauto che aveva confuso il Giallone con il MantaRay:
“Stiamo attenti a non confondere i modelli gialli col Giallone, io amo moltissimo il mio Manta, che è giallo solo in parte. Una volta l'ho anche baciato dopo un volo particolarmente soddisfacente ma, come dicono i comandamenti del Sacro Monte:
Non avrai altro Giallone all'infuori di me”.
Tarter, in segno di rispetto, diceva che nella nostra corrispondenza avrebbe dovuto esserci sempre un riferimento al Giallone, ad esempio: “questo modello vola quasi con la grazia e l'eleganza del Giallone”.
Il più giovane dei rampolli della famiglia Simeoni, figlio di un dio Volante, ad un raduno mi chiese il permesso di guardare il Giallone da vicino. Assentii, confuso.
Tale ormai la Sua leggenda.
Tecnicamente parlando, il Giallone era un canchero.
In affondata il modello non fischiava: rombava.
Al passaggio sotto pendio, spostava l’aria con un rumore sordo, te la sentivi arrivare addosso come un vento caldo, energia trasformata in volo. Di baricentro misterioso e ondivago, nel periodo in cui tendevo ad arretrare l'assetto di tutti i miei modelli, scoprii che il Giallone manteneva la stessa ineluttabile velocità di crociera warp anche rimuovendo mezzo kilo dal naso. Passava semplicemente da pianetto deportante a pianetto portante. Il trim s'invertiva rispetto al punto zero per un dato angolo di attacco. Quasi un volo libero. Il Giallone era ed è, libero.
Meazza – e dico Dimitri Meazza – durante un volo celebrativo, mi ridiede la radio dicendomi, con viso preoccupato, che quel modello non riusciva a capirlo. In effetti poteva avere comportamenti non newtoniani, senza però mai diventare instabile. Anzi, avanzava sempre e comunque sicuro e maestoso come Garibaldi che attraversa la Sicilia. Incuteva rispetto, questo si. Emanava dal Giallone una specie di fluido. Di certo ragionava di suo ed era dotato di libero arbitrio. Talvolta in salita aumentava inspiegabilmente la velocità. Secondo me perché si divertiva a farlo.
Le termiche gli ubbidivano, e lo sospingevano verso l'alto a forze congiunte. Lo amavano. Nonostante la densità da stella nana, inspiegabilmente non ha mai avuto problemi a fare quota. Correva nel cielo da padrone, come un locomotore lanciato in corsa, trascinando con sé le ali spiegate ad un angolo di attacco elevato e segnalava con facilità ogni sospetto di aria calda.
Se ne impossessava, come solo i grandi rapaci sanno fare, arrampicandosi senza sforzo. Per l'acrobazia pretendeva così tante tacche a picchiare da doverle inserire con un interruttore ed ecco che in affondata si metteva a tracciare linee diritte come una spada, freccia infuocata; in quell’assetto, nei traversoni incrementava solo di un sospiro la già possente velocità. Anche così infilato, a volte gli serviva solo un ampia virata sull’intera valle per vederlo raccogliere e scaraventare l’aria sotto di sé, alzare il muso e salire di prepotenza fino a raggiungere le nubi: bastava lasciarlo fare. Richiedeva al suo copilota (il vero pilota era Lui stesso) una sola cortesia: una costante attenzione con gli alettoni; se una semiala sorseggiava un goccio di termica più dell'altra, poteva facilmente invertire il verso della virata. Sentiva l'aria, la annusava, da lei si faceva portare, era il suo elemento. Le leggi del moto sue compagne, poteva precipitarsi dall’alto del Monte fin sotto la quota di lancio giù per altri 800 metri per farsi infine disporre in candela con un gentile colpo di cabra. Schizzava allora verso l’alto come un missile, su, su, sempre più su senza rallentare, serbatoio di energia inesauribile. Dovevi toglierlo da quell’assetto per evitare di perderlo. Puntato verso il baratro nella zona che non porta, poteva eseguire mostrandoti le terga come da manuale, l’intero Grande Caviccio, sicuri che al termine della figura con finale ritorto a coda di maiale, sarebbe risalito grazie alla sua inesorabile inerzia.
La fusoliera era quella di un Libelle, marcata internamente Willy Kleindst, un essere mitologico. Pare che quello stampo provenisse dallo stesso maschio da cui il grande Marzocchi aveva ricavato i suoi Libelle. Il profilo era un KW modificato, unico ed irripetibile. Dorso circa quasi un Ritz 3, l’intradosso fu sagomato con una ciabatta a mo' di curvilinee. Quel profilo fu infine modificato per il Giallone da Luca Simeoni che, ispirato da un vino, in un giorno giallo, lo fuse in quelle ali. In una precedente incarnazione il Giallone era stato un Libelle da 3,75 con profili Ritz 2-30-12. Da grande, aveva accorciato le maniche e grazie ad un secondo portabaionetta, vestì la pianta alare dello Swift, di cui ancora si sapeva poco. Oh, un giorno racconterò della prima volta che lo vidi in volo, pilotato dalle sapienti mani di un giovane Luca Simeoni alle prime barbe, brivido spaventevole, tuono nel cielo, elegante proietto. Luca Simeoni ed Alberto Tarter quel giorno volavano in coppia; fu la prima volta che vidi i veri acrobatici sulle Alpi. Da allora, mai più andai in vacanza al mare.
Lo portammo una volta al Cucco come ambasciatore del Trentino, insieme a un altrettanto tradizionale ramo di mugo; fu esposto defilato, in un angolo remoto e recintato, per non arrecargli disturbo. Il Giallone aveva un certo carattere, un vero orso, non amava la folla ed era anche permaloso.
Quel giorno volavano gli StingRay, ma per Giallone non c'erano abbastanza condizioni. A lui, tra l'altro, il vento ha sempre dato fastidio. Il suo elemento era la potente termica delle Alpi e volava per magia. Quando ne aveva voglia, te lo faceva sapere.
In quel pomeriggio di nubi nere al Sacro Monte, l’arrivo del Giallone dalla parte del Garda si annunciava da lontano, come l’occhiolino di luce nel fondo di una galleria. Virò, percorrendo il fianco della strada di Eolo, dove il vento, accelerato dalle rocce calde, risale il dente dei fortini. E’ li che la termica crea i cumuli e trascina con sé gli alianti, cigolanti sotto la potente spinta. Uragano egli stesso, al Giallone non importava di volare in quel cielo che andava facendosi sempre più scuro, le nubi sempre più basse. Quell’anno, in cui non avevo potuto frequentare i pendii, quel volo era il mio riscatto.
Entrò in quella nube nera nel cielo in movimento, e coi mie poveri occhi non lo vidi più uscire. Feci tutti gli errori che la mancanza di ore ti portano a fare. Non avrei dovuto, ma sbagliai ogni cosa.
Scavò la sua buca tra quelle degli obici Italiani del 15-18, in mezzo al grande prato.
Il Giallone viveva dal Willy, su a Folgaria, in una stanza apposita dell’Hotel Sayonara, con sulla porta un cartello di avvertimento: All'occhio: Giallone.
Oggi, terminata la propria carriera volante, si è trasferito nel laboratorio sotto forma di scultura aeronautica, composta da quella famiglia di artisti. Quando riesco a salire lassù, degustando insieme un bicchierino di diluente, mi piace discorrere con lui dei vecchi tempi e di quello che verrà.

Stefano "Manubrio" Cantadori


Cantadori con Flavio

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